Genitori stalkers II

di  Tommaso Mariniello

Per alcuni anni ho lavorato in un paese della provincia di Roma che ha tutte le caratteristiche di un luogo cresciuto su sé stesso senza misura. In questo paesone vi è una dimensione umana che scaturisce dalla ricetta della provincia: tranquillità, panorami, persone informali, cucina semplice, vita sociale raccolta in piccoli nuclei sparsi, molto dialetto e poca lingua nazionale, etica del tornaconto personale, integrazione sociale come sintesi di omologazione, immobilismo e idee retrive; al tempo stesso vi è una bassa sostenibilità dovuta all’aggiunta di ingredienti propri di un menù metropolitano, per gli amanti delle città non a misura d’uomo: traffico congestionante sulle arterie principali, caffè affollati nelle fasce lavorative critiche per il sistema nervoso di chi lavora, frenetica allegria, relazioni umane stressogene, molti supermercati, scortese indifferenza. In una scuola entra il territorio con tutte le sue sfaccettature, con le sue contraddizioni, con le tradizioni comuni del luogo e i luoghi comuni tradizionali, belli o brutti che siano. Un anno mi trovai all’interno di un consiglio di classe segnato, professionalmente ed esistenzialmente, dal rapporto impossibile con due improbabili genitori intrisi forse del peggio che quella realtà aveva consolidato nel tempo.

La mia vicenda personale è, anche stavolta, a tinte fantozziane. Fui quasi menato ma si trattò comunque di un’aggressione, sempre fisica e sempre al femminile. Non so perché certe madri mi vedono come una pezza, come un sacco di sabbia contro il quale sfogare una vita di odio, come lo zimbello buono per la loro inappagata cattiveria; sono soprattutto quelle madri dal profilo culturale un tantino più in alto di quello di un leghista medio, e con la delicatezza di un impiegato dell’anagrafe che fa velatamente il razzista con gli immigrati muniti di visto. Questa sventura non l’ho mai raccontata in giro perché me ne vergognavo e perché mi accadde nello stesso anno in cui subii l’aggressione fisica e verbale di cui ho già descritto e raccontato i particolari inquietanti. Pensai di poter dare adito ai cattivi pensieri di chi avrebbe visto volentieri nel professore qualche responsabilità, e non crediate che alcune persone non siano capaci di una simile argomentazione aberrante. Prima di raccontarvi quest’aggressione dovrei farvi conoscere l’antefatto, anzi la serie di antefatti, diciamo l’infinita sequela di episodi al limite della denuncia penale, della psichiatria, del ridicolo. Ma preferisco evitare di enfiarvi di noia e pesantezza. Vengo al momento clou.

È Sabato, uno scolastico Sabato qualunque, ancora non è iniziata la normalizzazione dell’orario di lezione su cinque giorni, io mi trovo in classe a spiegare un sonetto di Montale, forse alcuni esametri virgiliani, o probabilmente sto ragionando con gli studenti sull’esito di una verifica scritta, sui progressi compiuti, sui blocchi ancora non sbloccati, sui nodi più duri da sciogliere, sicuramente sul rapporto tra studio e voglia di studiare. Una signora componente del personale ausiliario (espressione tecnica antipatica sostitutiva del più simpatico e ingiustamente declassato “bidella”) si affaccia sull’uscio dell’aula per dirmi che una signora mi vuole al telefono. Prima stranezza, prima irregolarità, grave mancanza: un genitore non rispetta gli orari, la bidella non rispetta la mia funzione e l’attività in corso. Chiedo scusa ai ragazzi, i quali sono già in preda a una sorta di ebbrezza per la fulgida prospettiva di qualche miserabile minutino di interruzione, parlo con la bidella nel corridoio per farle intendere che i modi prepotenti ed egoistici a scuola devono soccombere ai piedi del rispetto e dell’uguaglianza. Avendo compreso perfettamente il mio discorso, mi dice il nome della signora in questione, nome che già da due anni era noto anche alle verande di quell’istituto, antonomasia, per i colleghi del mio consiglio di classe, del terrore scolastico. Ma io sono attaccato al rispetto reciproco e alla correttezza come una cozza a uno scoglio, serve un coltellaccio da sub per staccarmi dalla deontologia. Dico dunque alla bidella di dire alla signora che non è ammesso interrompere una lezione e che deve rispettare l’orario di ricevimento come fanno gli altri genitori. La bidella fa un’obiezione, quella solita dell’emergenza, del rischio di un pericolo incombente. Le rispondo con una retorica, laconica ed eloquente domanda: “E quale?”. Nessuna risposta verbale, solo una serie di curve facciali molto eloquenti tra le sopracciglia e il labbro inferiore, tra la ricrescita nella zona delle tempie e i denti ingialliti. La bidella, scettica o comunque pervasa da un che di molesto nei miei confronti, torna alla sua postazione telefonica e al suo dovere di comunicare un etico e burocratico “no” a una persona povera di buon senso, guidata da un feroce familismo. Io ritorno alla mia orgogliosa e arrancante interpretazione del sonetto di Montale o forse a una traduzione di esametri stichici oppure a una lunga e meticolosa sinossi su saper scrivere e saper studiare. Ma ritorna in quell’aula anche l’esemplare di personale A.T.A. più abnegato che io abbia mai visto, ritorna per dirmi che non le è riuscito di stornare la signora telefonicamente. Per pochi secondi sono indeciso sul da farsi: penso che potrei rifiutarmi categoricamente di parlare con la signora, penso che potrei andare a parlare per trattarla come si merita. I ragazzi nel frattempo assistono a questo dilemma ignari di cosa significhi conciliare il lavoro di insegnante con la cura dei rapporti con le famiglie. Decido di tentare la terza via, il dialogo. Si fa per dire. La signora ha già deciso non solo che io debba riceverla ma anche il tempo e il luogo dell’incontro: fuori scuola, all’uscita. Sembra l’invito truce e minatorio di un bullo, il classico “ci vediamo fuori” detto da uno prepotente e manesco a un povero malcapitato. E non manca la causale: un fatto accaduto a sua figlio qualche ora prima mentre io ero in classe. Le chiedo di essere più precisa: una cosa tra me e suo figlio durante la mia ora di lezione. Le chiedo di essere più precisa: una nota disciplinare riferita a suo figlio scritta di mio pugno. A quel punto riconosco i segni della consueta e stigmatizzata pazzia di quella donna, quella modalità matta e furiosa sulla cui origine in quella scuola si dissertava molto, quasi ogni giorno, della quale professori e bidelli ricordavano i momenti più epici, le manifestazioni più sconcertanti; riconosco i segni di un forsennato vorticare di pensieri patologici, a quanto pare già ormai avviato ben prima del mio inutile tentativo di dialettica. Così, opto per la comprensione umana, scelgo l’accondiscendenza della persona sana verso la persona malata. Penso che non durerà comunque molto, che nel pomeriggio sarò in pace nella mia pace, che non incontrerò quella donna mentalmente devastata dalla rabbia in uno dei qualsiasi locali in cui mi troverò a confrontare birre, battute, ricordi, sorrisi. Povero me. All’uscita di scuola mi aspetta una situazione sbagliata di cui io solo sono il responsabile. Vedo da lontano il mio studente con la madre, mi vengono incontro in prossimità del cancello della scuola, lo varcano prima che io possa varcarlo. La scena che ha luogo è di una bassezza totale – faccio fatica a descriverla. Lei nega il comportamento descritto nella mia nota disciplinare: semplicemente avevo annotato che il ragazzo disturbava la lezione nonostante i continui richiami del professore. Per confermare la sua accusa di falsità chiede al figlio la versione dei fatti come conferma o smentita della mia serietà. Una scena ridicola e pietosa. Quella nota, però, era l’ennesimo tassello a sfavore di uno studente trascinato dai genitori in un aspro scontro giornaliero con un consiglio di classe; quella nota cadeva in chiusura di una settimana in cui lo studente si era macchiato di comportamenti offensivi verso gli insegnanti. Il tentativo della signora era disperato per due motivi: l’annullamento di quella nota non avrebbe cambiato il quadro generale, io comunque non l’avrei mai annullata per fare un favore a un genitore. Davanti a una situazione surreale, ai modi aggressivi e assillanti della donna, decido di allontanarmi sottolineando l’eccezionalità di questo incontro e della mia disponibilità. Salgo in macchina, chiudo la porta, infilo le chiavi per l’accensione, sento lo sportello aprirsi bruscamente… Sulla mia sinistra vedo lei, ha assunto le fattezze di una strega malefica, lui da dietro guarda la scena con uno sguardo incattivito, pensando non so cosa:

Signora ma cosa fa!?… ma come si permette!?…”

Professore, cosa fa?, se ne va?, non ci ascolta?…”

Signora ma che dice!!!?, lei è da denunciare!”

Parlavo da persona ormai pratica di commissariati, denunce, aggressioni fisiche e verbali. Parlavo con l’inflessione della perizia, con voce limpida, il dettato era sobrio e attento alle formule. Scherzi a parte, richiusi la porta e me ne andai di corsa. Nello specchietto retrovisore vidi loro due continuare a guardare verso di me, mangiare la polvere sollevata dalla mia partenza, sembrava la scena di un film d’azione, io ero un personaggio in fuga da due aggressori, salvo, diretto altrove, lontano dai nemici. Cosa non si fa, cosa non si diventa, quando non si vuole riconoscere il ruolo istituzionale di chi ha una qualifica ottenuta con un percorso di formazione lungo, scandito da esami pubblici, dall’acquisizione progressiva di competenze e conoscenze.

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